Italiani d’Oltremanica: le storie di M. ed A.

Italiani d’Oltremanica: le storie di M. ed A.

Il viaggio è da sempre associato all’idea di ricerca, di scoperta: si parte per trovare sé stessi, o quantomeno ci si prova, nella speranza di scoprire in un altro luogo qualcosa che fino a quel momento ci è mancato e che sentiamo di dover raggiungere, sia essa una competenza, una condizione lavorativa migliore oppure uno stato emotivo differente da quello attuale.

Ma poi? Che cosa succede quando è il momento di tornare? E’ davvero necessario farlo se in quel contesto abbiamo trovato il nostro ubi consistam, il nostro luogo in cui stare? Che cosa ha fatto –o non ha fatto- l’Italia per trattenerci? Ed allo stesso tempo, che cosa garantiscono di più altre nazioni, nei nostri esempi l’Inghilterra, rispetto alla nostra?

Abbiamo cercato di capirlo attraverso le storie di 6 giovani italiani che, con storie e motivazioni differenti, hanno deciso di lasciare il Belpaese per trasferirsi a Londra. I loro racconti, vere e proprie storie che si intrecciano tra presente ed aspirazioni future, non possono essere ricondotti semplicemente a quello che, per anni, abbiamo chiamato “fuga di cervelli”, che di per sé racchiude l’idea del “fuori-dal-comune”: al contrario, le loro vite, ricche di coraggio e di scelte profonde, sono un vero e proprio esempio di normalità.

Ecco le storie di M. da Roma ed A. da Soave.

La storia di M.

M. ha 22 anni ed è originaria di Roma. Dopo un percorso di studi in Italia, nel settore della moda e del fashion, decide di recarsi all’estero per perfezionare la lingua, dopo numerosi tentativi per cercare di far pratica in questo settore ma senza risultati.

Arrivata a Londra scopre un modo ed un approccio al lavoro completamente diverso rispetto a quello presente qui, in Italia. Per questo motivo, infatti, ha deciso di rimanere. Ha iniziato come cameriera per permettersi gli studi e il soggiorno in Inghilterra. In poco tempo e grazie alle sue capacità oggi ricopre il ruolo di Manager, che le permette non solo di studiare ma anche di sentirsi motivata, oltre che di aprirsi un’ulteriore possibilità di fare carriera.

Da qui il paragone con lo stesso impiego in Italia: una ragazza difficilmente potrebbe fare la cameriera e sperare di poter crescer velocemente, ovviamente non generalizzando per tutti. Il suo percorso a Londra si svolge a fasi, in cui si entra sempre più a contatto con il cliente: si inizia con il bancone per poi passare, quando diventi padrona della lingua, al servizio ai tavoli, infine, nel caso in cui si possiedano doti manageriali forti, al ruolo di capo gruppo e manager di locale.

In termini di metodo ci piace sottolineare la differenza: qui si ha la sensazione di poter sempre crescere in funzione delle proprie capacità e competenze non certo perché sei amico di qualcuno. La sensazione è che ci siano opportunità che generano  grande incentivazione, la quale a sua volta spinge le persone a lavorare in maniera ottimale. La spinta al miglioramento continuo, al poter “fare carriera” è molto forte, anche se quello, magari, non è il lavoro dei tuoi sogni.

Sempre più spesso parliamo nelle aziende dell’importanza del “saper divenire”, una delle competenze trasversali più importanti che negli ultimi anni sta sempre più assumendo importanza sia nelle nostre selezioni sia nei percorsi formativi. Questa competenza è la capacità dell’individuo di immaginare sé stesso in quel determinato ruolo non solo nel presente ma anche nel futuro immediato e prossimo.

Quello che M. ha trovato all’estero, e che in Italia non è riuscita a scorgere, è la possibilità di immaginare un percorso di crescita personale all’interno di un ambiente di lavoro, qualunque esso sia. Nel nostro paese, benché non sia impossibile, secondo le sue parole, risulta essere molto più difficile.

Se vali come persona, ancor prima che come professionista tecnico del settore, il sistema ti aiuta a far carriera, all’interno di quel posto di lavoro oppure in proprio: gli stessi ex datori di lavoro, infatti, spesso aiutano gli ex dipendenti ad avviare le proprie attività. Oggi da noi questa possibilità è ancora un’utopia.

La storia di A.

La storia si ripete con A.: 26 anni e nativa di Soave, un piccolo paese in provincia di Verona. Anche lei, come M, è giunta a Londra per perfezionare il suo inglese: iscritta alla facoltà di economia ma non riuscendo a passare l’esame di inglese, decide di recarsi in Inghilterra per perfezionarlo. Dopo essere tornata in Italia ed aver concluso gli studi, ha deciso di ripartire alla volta di Londra, per rimanerci.

Anche lei inserita nel settore della ristorazione, il focus del suo racconto è stato incentrato sul paragone tra la sua condizione attuale e quella delle sue amiche coetanee rimaste in Italia, alle prese con contratti a tempo determinato poco soddisfacenti sotto tanti punti di vista: in Italia non basta una laurea, ci racconta A, per garantire un ruolo anche economicamente riconosciuto.

Quello che la colpisce dell’idea di lavoro britannico, oltre alla maggiore fluidità in termini di avanzamento di carriera, sono gli strumenti che lo stato mette a disposizione alle aziende per assumere: sono davvero numerosissime, infatti, le agevolazioni nel caso in cui un imprenditore decida di assumere dei collaboratori a qualsiasi livello.  I dipendenti costano meno,  pagano meno tasse… forse perché le pagano in tanti e c’è poca evasione?

Questo ci ha fatto pensare molto all’idea che noi abbiamo di Welfare, ossia tutti quegli strumenti che permettono il benessere delle persone all’interno del mondo del lavoro. Questo sistema si può suddividere in due parti: quello dell’azienda nei confronti dei collaboratori (ad esempio attraverso dei premi di produttività) e quello dello stato nei confronti dell’azienda.

In Italia questo sistema, soprattutto negli ultimi anni, si è sviluppato soprattutto per quanto riguarda il primo filone, mentre sul secondo, complice una tassazione decisamente superiore a tutti i livelli, il nostro paese è rimasto un po’ bloccato.

Anche A, come M, non ha intenzione di tornare stabilmente in Italia.